Regolamentare bilanncio di fine anno (l’ennesimo).

Caro 2016, anche quest’anno non resisto e dato che non credo più da tempo immemore a Babbo Natale nè a Gesù bambino scrivo a te, giusto per alcune sottolineature ed eventuali desiderata da lasciare in bellavista al tuo successore, perchè l’ha detto pure Barak Obama: quello che è certo è che domani il sole sorgerà ancora, quindi mi prendo con ampio anticipo.
Sei stato un anno “ni”. Bada, 2016, che io non sono una di grandi pretese però avresti potuto anche essere un pò meglio. Sono stanca di up and down che, se una volta erano più che altro di tipo sentimentale, adesso sono di ogni genere tranne sentimentale, che almeno in questo senso ho raggiunto un equilibrio stabile ed invidiabile. A questo punto della mia vita però voglio di più, voglio linearità, una strada mite senza curve a gomito e discese ardite che poi comportano le famose e faticosissime risalite.
Voglio che la salute non arranchi, la mia e quella di coloro che amo.
Voglio che mio figlio non debba sentirsi come un acrobata sul filo, lavorativamente parlando.
Voglio che i miei committenti mi paghino tanto regolarmente quanto io regolarmente consegno a loro i miei lavori.
Voglio che mia figlia trovi un giovane bipede con qualcosa a sinistra nella cassa toracica che non sia un ingranaggio di latta, e basta con ragazzi deliziosi sulla carta ma schiavi della famiglia d’origine o peggio freddi british collezionisti seriali di foreigner girls da mollare appena cala l’ormone e subentra una qualche legittima richiesta di minima pianificazione. In quanto a stronzi, caro 2016, ho già dato io, ampiamente e per almeno un paio di generazioni-per informazioni rivolgiti ai tuoi colleghi dal 2000 al 2013-
Vorrei poi vincere una sommetta di denaro; anche in questo caso non chiedo la Lotteria Italia o un super mega iper Enalotto. Mi basterebbe che quelle due volte l’anno che mi salta di comprare un gratta e vinci ci trovassi sotto dai 200 ai 1000 euro, giusto così, da poter dire mi tolgo uno sfizio e torno a credere che la fortuna sia sempre cieca ma passi qualche volta anche da queste parti. Sì, lo so, questa è la fortuna becera, non quella che tocca le cose importanti. Quella la conosco, per fortuna e per quanto riguarda appunto cose importantissime ma come ti ho accennato all’inizio di questa letterina, io adesso voglio di più. Vedi se puoi fare qualcosa caro vecchio 2016, che comunque le tue belle grane me le hai scaricate.
Dici che dovrei essere meno perentoria nelle mia richieste? Sai che c’è? Che probabilmente sto davvero invecchiando, e col processo di invecchiamento, oltre a dovermi fare i colpi di sole più spesso per confondere i capelli grigi, mi si sta esaurendo la pazienza e la tolleranza, doti di cui un tempo abbondavo. E allora succede che mi guardo attorno e divento dell’umore di un toro davanti alla mantilla nel vedere sempre più gente di poco spessore umano, pascolare tranquilla nel suo orticello mentre brave persone arrancano su tutti i fronti.
C’è che sono stufa marcia dei social, o meglio del pessimo uso che la maggior parte delle persone fa dei suddetti. Prendiamo il malefico Facebook. Adesso ti suggerisce e ti scodella filmati belli e pronti per celebrare amicizie sempre più fasulle, ti ricorda compleanni, ti dice “hey, guarda che la settimana scorsa hai salvato la tale pagina”, come a dirti “e metti il mi piace, no?” NO. Perchè ciò che mi può aver colpito una settimana fa è diventato già obsoleto. Perchè voglio ricordarmi dei compleanni dei miei amici guardando il calendario e celebrare la nostra amicizia magari di corsa, davanti a un toast e un centrifugato e non con un filmato del cazzo.
Continuiamo con Instagram; Instagram sembra nato con un solo scopo: quello di farti sentire l’ultima sfigata sulla faccia della terra. Io ci sono, anche su Instagram, ma metto, o meglio cerco di mettere la bellezza; di un cielo, di un piatto di spaghetti alla carbonara-perchè no- delle città che quotidianamente frequento per lavoro. Angoli, scorci, murales, colori. La maggior parte dei fruitori di questa iattura social invece fa a gara a chi sembra più figo, più figa, più wonderluster. Ma wonderluster de che? Dove? Foto su foto grattate a volte da altri instagrammers oppure cose patetiche tipo della pancetta che frigge, l’ennesimo selfie con la lingua di fuori che l’unico commento che ti tira fuori è “Forse dovresti fari vedere da un #gastroenterologo bravo”. O i tramonti, echeccazzo lo sappiamo tutti che verso le 16,30-17 in questa stagione il sole se ne va a dormire. Fai la foto di un tramonto ma che abbia almeno i colori di un Tiepolo e di un Tintoretto. Le vacanze al mare poi… ma chittesencula se posti la tua foto in Basilicata che potrebbe essere pure Igea Marina? Per far sapere che sei riuscito ad andare in ferie? Perchè alla fine è questo che conta, caro 2016: APPARIRE, sgomitare, saltellare per far sapere che si esiste, hey, sono qui, esisto, io, il mio cappuccino col disegno del cuore che assomiglia un culo che assomiglia forse a un cuore. Ma non si può tornare indietro? Essere persone normali con foto che magari finiranno in un cassetto, in un album, perchè un giorno i nostri figli le possano ritrovare e guardare creandosi mentalmente un hashtag personalissimo e fugace ma che faccia ricordare davvero. Quel mare trasparente dell’isolotto di Spargi, la tavolata sotto la pergola, le mani di mia madre che sorreggono una coppa di fragole mentre il sole colpisce i suoi anelli e li fa brillare, i miei bambini a cavalcioni di una pantera di bronzo al parco, l’hot dog mangiato per strada a New York senza bisogno di scriverlo, di sottolinearlo, di gridarlo al vento. Altro che Instagram. Ricordi piccoli, sì, ma che conservano il senso della vita e ne fanno parte. Niente lingue patinate al vento, niente smorfie, niente gambe come wurstel a coppie, niente ostentazione.
Caro 2016, probabilmente la mia insegnante di lettere direbbe che sono andata fuori tema; diciamo, per restare nell’ambito, che mi sono permessa qualche off topic.
Comunque, caro 2016, vedi di finire decentemente e speriamo che il tuo successore mi porti poche rogne, ecco.
A voi che mi seguite sempre, a volte commentando, spesso in silenzio, auguro il meglio, davvero, per le vostre vite, per coloro che amate. Siete tanti per un blog piccolo ma datatissimo come questo. Siete quasi 300. Per come la vedo io siete tanti. Questo è decisamente un blog vintage e poco aggiornato.
Grazie a tutti.

 

 

 

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Riassunto delle puntate precedenti (ovvero gli ultimi 15 anni.)

Stupita della mia capacità di sintesi, ribloggo me stessa e il succo della mia storia.
Quanta strada nelle scarpe…

Dovesei

Ricordo che ho festeggiato il capodanno del 2000 a casa, con mia figlia in braccio, a guardare i fuochi d’artificio dalla finestra di una casa nella quale non vivo più. Eravamo tutti ammalati: febbre, vomito, cagotto. Io ero quella messa meno peggio assieme alla bambina, le uniche sveglie. Guardavamo i fuochi d’artificio e mi chiedevo, come ho imparato a non fare più, cosa mi avrebbe riservato quel nuovo anno, quel nuovo millennio. Ora sono dell’avviso che sia meglio non farsi troppe domande, e vivere per quanto possibile alla giornata, alla settimana, che già pensare al mese mi fa fatica.
Ero una giovane donna poco felicemente sposata e nel cuore e nelle viscere c’era già l’uomo che avrei amato per tredici anni. Era una cosa in continua evoluzione, il momento della scoperta, dell’annusarsi reciproco un po’ stupito chiedendosi “Ma è davvero possibile una cosa così? Così profondamente diversa dall’amore sereno, regolare…

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Aggiornamenti.

Sono mesi che non scrivo. Di solito i motivi per i quali non si aggiorna il proprio blog sono sostanzialmente di due tipi: o si è felici ed occupati a vivere la propria vita in 3D, o si è talmente depressi che non si ha voglia di scrivere e ammorbare il proprio pubblico con le proprie sfighe, barra paturnie, barra vicissitudini. In realtà nè uno nè l’altro caso. Occupata a vivere la vita in 3D sì, ma felicità è parola grossa, grossissima, sostituita da tempo nel mio personalissimo glossario da serenità. Quanto a scrivere, mi sono sfogata altrove. Dopo secoli sono riuscita a pubblicare un racconto in un’antologia di scrittori “emergenti”, da dove non si sa ma quanto basta per non dover cedere alla tristissima editoria a pagamento. Questo progetto mi ha portato via tempo ed energie ma poi c’è tutto il resto: lavoro (sempre precario,) famiglia, gatto, amici, problemi degli amici, la vita insomma. Last but not least c’è, emmenomale, il Bip. Lui c’è sempre, come un faro in mezzo all’oceano. Saldo, fermo, sorridente e ottimista. E’ strano come di un uomo col quale sto così bene io senta così raramente il bisogno di scriverne. Prima, nella vita con l’altro, ho ammorbato il mondo su quanto fosse bello e romantico e a periodi inetto e stronzo ma quanto mi amava, quanto… e che bisogno di dirlo e dirmelo un giorno sì e uno no. Con Andrea questo bisogno non c’è. Io e lui viviamo serenamente la nostra vita insieme e quei momenti in cui siamo giocoforza separati. Lui viaggia molto, io mi sposto molto per poi tornare alla base la sera. Ritrovarsi è una gioia. Mi chiede al telefono se voglio cenare fuori o che lui porti qualcosa. A volte preparo qualcosa di speciale per noi o per i ragazzi, miei e suoi, ma spesso se siamo soli ce ne andiamo da Road House o al Mac e poi a casa. L’estate è trascorsa tra Jesolo e casa e un paio di settimane a Livigno dove lui aveva un impegno di lavoro. Ci amiamo, ci sosteniamo e viviamo la nostra storia in modo adulto, ecco. L’amore che strappa i capelli anche no, non più, grazie. Nè per me nè per lui.

In questo tempo in cui il blog è stato in stand by mia figlia, reduce da rottura col moroso storico ( per mia figlia due anni sono storia lunga,) ha pensato bene di fidanzarsi con un ragazzo scozzese, di Glasgow, dove era andata per sei mesi per l’Erasmus. Allo scadere del periodo, dieci giorni prima di partire, conosce lo scottsman a un colloquio di lavoro. Era il mese di giugno. Vanno avanti senza aspettarsi chissà che cosa, almeno lei così mi dice. Il dato di fatto è che a marzo lei si trasferirà a Glasgow intanto in cerca di lavoro, e comunque a casa di lui che nel frattempo ha abbandonato l’appartamento che divideva con altri due ed ha preso in affitto un appartamentino dove lei avrà la base una volta là. La cosa non mi entusiasma perchè se già è un terno al lotto convivere con uno che parla la tua lingua, ha vissuto infanzia, adolescenza e studi più o meno come li hai vissuti tu, diguriamoci con un ragazzo SCOZZESE, che quello degli scozzesi è veramente un mondo sui generis, che è sì architetto come lei ma ha già girato il mondo per lavoro ( ha tre anni più di lei, ) e la cui filosofia è “Perchè devo stare in un posto o fare una cosa che non mi rende felice o che mi annoi?”. Insomma quel tipo di onesto egoismo che equivale a mettere le mani avanti. Ma… oramai F. è adulta e libera di sceglirsi la strada. Io più che avvertirla mettendole davanti pro e contro non posso nè voglio fare.

Il resto della figliolanza, mio figlio e il figlio e la figlia di Bip sono di tutt’altra pasta, più stanziali, più tranquilli. Probabilmente come dice il mio amico P. “E’ tua figlia Simo, non poteva essere diversa. Ed è la nipote di tuo padre.” E’ che questa fase della vita di F. corrisponde invece a una fase della mia in cui ho bisogno di un porto sicuro dove approdare, e di riempirmi la vita di piccole cose serene: libri, film, cenette improvvisate, sesso condito con una buona dose di leggerezza e risate, amici storici e certi.

That’s it.

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Giorni così.

Non è stata una settimana da ricordare, decisamente. Compie gli anni il mio amico P. Ci conosciamo e ci vogliamo bene da quando avevamo 14 anni. Bella festa nella sua casa in stile dannunziano, amici, risate, salame, prosciutto, vino rosé, fotografie. Finita la festa si sparecchiava e lui mi fa <<Ti devo dire una cosa>>. Dato che lui a Bologna ci vive ed ogni volta che ci sentiamo mi aggiorna su divorzi, corna, malattie, dipartite, butto là un <<Dai, chi è morto?>> a mò di esorcismo.
<<Non è morto
nessuno però oggi mi ha telefonato la Dona. Ha un tumore al seno, anzi glie ne hanno trovati due. Già operata e dato che erano di quelli cattivi dovrà fare sia chemio che radio. non voleva che te lo dicessi ma penso che sia meglio che tu lo sappia.>>
Io, P. e la Dona abbiamo vissuto gli anni del liceo e dell’università come un tutt’uno: esami, scazzi, fidanzamenti, sfidanzamenti, matrimoni, P. e il suo outing e le sue storie d’amore travagliate, io e le mie storie d’amore travagliate. La Dona era invece quella regolare, molto bon ton, perbene. Sposata da una vita al suo primo e unico moroso, una figlia, un lavoro da insegnante. Salda, mai uno sbandamento. ha sempre sopportato le intemperanze sentimentali e non sia mie che di P. Ha finto di capire il suo essere gay, la mia irrequietezza. E adesso io rifiuto l’idea che possa stare male, perdere i capelli, rischiare la vita. La Dona, ragazza tutta d’un pezzo che si ricorda compleanni e ricorrenze. Bella come è sempre stata, fine, una donna di classe.
Ho accusato il colpo. Domani ho io la mammografia, quella di screening, e me la sto facendo sotto più di sempre.
Non bastasse, stamattina mi arriva un messaggio da M., l’amico che si è separato due anni fa. Nel suo cercare di ricostruirsi una vita, nel suo aver cambiato casa, lavoro, aveva incontrato una signora deliziosa, moglie del suo titolare. Nessuna implicazione sentimentale, solo una grande amicizia. Forse lei era un po’ infatuata di lui ma in modo silenzioso, garbato. L’ha aiutato, supportato, l’ha sostenuto, l’ha spinto a coltivare un’improvvisa passione per la poesia, si confidavano tutto. La portava qualche volta fuori a cena e lei voleva conoscermi, sapendo quanto e come ho supportato a mia volta M. durante e dopo la fine del suo matrimonio. Ci si parlava al telefono in vivavoce mentre io e M. andavamo al cinema o quando lui veniva a cena da me.
<<Dobbiamo incontrarci Simo! Abbiamo tante cose di cui parlare!>> ed era vero. Avevamo una sensibilità simile anche se io ho una visione forse più disincantata della vita.
Parlo al passato perché il messaggio di stamattina era << Simo, Flavia se n’è andata. Non c’è più.>>
Un altro cazzotto allo stomaco perché anche se sapevo che lottava da anni contro quel qualcosa partito non so bene dove e finito con l’intaccare il cuore, sembrava stare bene, controlli ogni tre mesi ma sembrava farcela. Il giorno 20 avrebbe avuto l’ennesimo controllo e invece quella che sabato sembrava un’influenza intestinale se l’è portata via in  quattro giorni.
M. piangeva come non l’ho mai sentito piangere. << Neanche quando è morto mio padre ho pianto.>>, e singhiozzava, e io muta a non saper che dire se non che non è giusto che una donna di 55 anni se ne sia andata così, lasciando una figlia di sedici anni.

No, non è stata una gran settimana.

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Due mesi.

Mi rendo conto solo adesso che sono due mesi che non scrivo nulla. Solitamente un blogger, soprattutto quando è stagionato come la sottoscritta (come BLOGGER, savasandir…) se non scrive lo fa per due motivi: o è molto molto felice o è oltremodo scoglionato/a e depresso al punto da non voler ammorbare i suoi lettori con esagerati loop mentali.
Delle due ipotesi nessuna. Sono serenamente felice, ma di quella felicità soffice, senza strepiti, senza bisogno di proclami roboanti.
Non sono per niente depressa. La verità è che ho troppe cose da fare e a cui pensare. Lavoro e tanto, e al solito lavoro universitario si è aggiunto da mesi un corso di narratologia che mi prosciuga le energie residue. Poi c’è mia figlia lontana-lontanissima, che non so mai se si è ripresa o meno dalla rottura col suo moroso avvenuta appena prima di partire. Ogni volta che vedo comparire il suo faccino nella schermata blu di Skype cerco di capire come sta ma mi riesce poco perché è sicuramente entusiasta dell’esperienza di studio e dei tremila amici di tremila nazioni che ha incontrato e che frequenta, ma la faccetta smunta, i brufoli che non ha mai avuto, i capelli mortificati da un assurdo taglio alla Giovanna D’arco mi dicono tutt’altro. Chiacchieriamo mentre lei pranza o cena, causa differenza d’orario, e il suo ingoiare pesce lesso, patate, maionese all’aglio, uova, cioccolata al caramello mi fanno capire che c’è ancora dentro in pieno, e meno male che ha un metabolismo che fulmina tutto all’istante, se no me la ritroverei al ritorno in Italia grassa oltre che triste, ed è noto che la cellulite non aiuta a migliorare l’umore.
Il figlio masculo non da problemi. Vive la sua vita da single boy tutto sommato serenamente, esce, va alle partite del Milan, agli aperitime, pianifica le vacanze, insomma fa la sua vita domandandomi sì e no due volte l’anno se sia il caso di preoccuparsi se a 28 anni e dopo una convivenza andata male non riesca a trovare una Mrs.Wright. Vagheggio, il mio vagheggiare lo rassicura e amen, tutto finisce lì.
Last but not least c’è Bip. Presente, saldo come una roccia, positivo e sempre aperto a un sorriso, a proporre una cena o a cucinarla, a chiacchierare dei nostri figli e dei suoi genitori, del mio lavoro e del suo. E’ rassicurante conoscere i suoi (pochi) e i miei (tanti) difetti, e cercare di bypassarli. E’ bello sapersi e vedersi maturi, e non l’avrei mai detto. Ho pochissima per non dire zero nostalgia dell’amore che strappa i capelli e il cuore, del sesso con tremila varianti sul menù. Adoro andare a dormire con una Tshirt senza dovermi preoccupare di passare ogni mese da Yamamay alla ricerca del completino ad effetto e adoro il suo venire a dormire in boxer e Tshirt del Treviso Basket.
Siamo a casa, ci sentiamo a casa, finalmente, entrambi.

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