Strategie di resistenza.

Dunque.

Allora…

Ma niente… Era logico e normale che rivedendo M. non potessi e non potesse fare finta di nulla. A dire il vero io ci ho provato, ma lui ha affrontato l’argomento appena possibile e nel modo più ovvio e banale, cioè scusandosi per l’essersi dichiarato.
Le scuse non hanno annullato l’effetto-scossa della sua dichiarazione, ma mi hanno permesso di sentirmi più tranquilla sui giorni a venire, e i mesi, perché lavoreremo gomito a gomito per una ricerca importante. L’ho osservato mentre mi parlava. Mi ha dato l’impressione di un uomo sincero, perbene, come si diceva una volta. Durante la pausa natalizia osservavo ugualmente A. Mi sono interrogata sulla nostra storia, sul nostro percorso. A. è arrivato nella mia vita come una borraccia d’acqua fresca in mezzo al deserto, come un salvagente tra i flutti. Mi sono innamorata di lui perché non potevo non innamorarmi del suo sorriso, del suo ottimismo, del suo essere protettivo, tenace, padre e madre dei suoi figli tanto quanto padre e madre dei miei sono io.
A. è una forza della natura, sempre allegro, mai stanco anche quando lo vedi che è stanco distrutto. Come si fa a non innamorarsi di un uomo così? Lo amo ancora? Sì, di un amore quieto e maturo che dura da 4 anni.
Lo tradirei tanto per provare, ritrovare il brivido della novità, di un uomo che ha parecchi anni meno di me e mi guarda con occhi, con un’espressione che avevo dimenticato o forse rimosso? No, non lo farei mai, ma se, ed è un SE grande quanto una casa, mi dovessi accorgere che la curiosità emotiva che provo verso quell’altro aumenta saranno cazzi. Sono stata una donna pluri tradita e a mia volta ho tradito e sono stanca di montagne russe, e allora perché mai dovrei avere voglia di salirci? Tacere portando avanti una storia “altra” è un’arma che mi ha ferito a morte, e che ho anche brandito e usato, e sono stanca. Vorrei essere già vecchia, nonna, appassionata di partite a burraco e gite cultural gastronomiche e invece no, sono sempre la solita inguaribile immatura.
Me lo ripeto: è ora di crescere, è ora di smettere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse (Part II)

Giusto un paio di post sotto a questo troverete un’accorato post, “Se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse. Fate prima ad andare a leggere.
Perché? Perché questo post potrebbe intitolarsi molto più semplicemente “Mai dire mai”.

I fatti. Lavoro da 5 anni con un collega; ci siamo sempre stimati, supportati, quasi per nulla raccontati. Certo, so di lui alcune ma perché le ha raccontate lui, durante qualche pausa pranzo e qualche ritorno in treno. Un matrimonio naufragato causa fuga della ex moglie che lo ha piantato con una bambina di 3 anni da crescere, perché lei non se la sentiva di fare la madre. Una convivenza scoppiata un paio di anni fa, motivi sconosciuti. Da questa è nato un figlio che ora ha sette anni. Nel momento in cui lui dice alla compagna che è finita, questa si ammala piuttosto seriamente. Lui sceglie di rimanere con lei fino a che avrà bisogno di assistenza e aiuto, la donna guarisce, lui si trasferisce a vivere per conto proprio e i figli, compresa la ragazza ormai diciassettenne abbandonata dalla madre, vanno e vengono serenamente tra la casa di lui e la casa della ex. Relazioni negli ultimi due anni, non pervenute. Pettegolezzi, zero.
La mia, di storia, la sapete, quantomeno l’ultima parte: dopo quattordici anni di ottovolante con l’Innominabile bresciano, un paio d’anni di singletudine e poi l’incontro col mio compagno, il Bip, col quale sto bene, sono felice, serena, risolta. Ma circa un mese e mezzo fa inizio a cogliere segnali prima strani, poi inequivocabili, da parte del mio collega M., “il ricciolone” come l’ho battezzato da sempre quando ne parlo col Bip, perché io sono una fantasiosa e ai cognomi preferisco i soprannomi. Per altri colleghi M. è Grunge, perché proprio questo è: capelli lunghi e ricci raccolti in una coda attorcigliata, maglioni che sembrano gratugge , jeans sdruciti, tascapane di cuoio. M. inizia a guardarmi in un certo modo, mai scoperto o sfacciato ma che io sento. Trova ogni occasione per parlarmi, per raccontarmi delle sue passioni, delle sue letture, dei suoi figli. “Sento” un interesse che è cambiato, si è fatto profondo. Io con lui comunico molto bene, abbiamo molti interessi in comune ma mai avrei creduto che qualche sera fa, guardando uno straordinario tramonto veneziano dal finestrino del treno, lui mi dicesse “Senti, te lo devo dire, tu mi stai prendendo un casino.”
Salivazione azzerata, rapido time lapse all’indietro per cercare di capire se gli avessi fatto intendere che.
” Io… grazie… (GRAZIE, vi rendete conto?) … ti ringrazio ma ho un compagno, viviamo insieme…”
“Lo immaginavo. E’ quell’Andrea che ogni tanto spunta nei tuoi discorsi.”
“Sì, è lui. Ho anche una convivenza e un matrimonio alle spalle.”
“Io non riesco a fare a meno di pensarti, di guardarti. Mi piace tutto di te: come sei, come parli, come sorridi, la tua ironia, l’intelligenza. Anche altre cose che qui non posso dire.” Sorride e io sento che dentro di me qualcosa scricchiola nelle mie certezze, e sto male, e lo guardo, e penso che quando lui è nato io facevo le medie e tutte le altre cose che ho scritto nel post “Se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse”. Le so bene tutte quelle cose, quelli che dovrebbero essere forti freni inibitori ma questo non mi impedisce di notare (di nuovo,) che è bello, ha un fisico asciutto e nervoso e dei bellissimi capelli anche se a me i capelloni non sono mai piaciuti, che ha bellissimi occhi. E non so che dire se non opporre un silenzio imbarazzato. Tace anche lui dopo aver farfugliato uno “Scusa ma non ce la facevo più a tenermi certe cose dentro.”
Siamo scesi dal treno e ci siamo incamminati al parcheggio senza parlare. Io pensavo alla mia incasinatissima vita sentimentale e pensavo ad Andrea, ai suoi tripli salti mortali per tornare il prima possibile dai suoi viaggi, alla cura che ha di me, al suo senso della famiglia, anche quella che siamo riusciti a creare insieme, e mi sentivo, MI SENTO, una merda. Perché non posso negare che questo uomo mi piaccia, nonostante tutto e nonostante la differenza d’età.
E poi non riesco a capire attraverso quale pertugio, quale mancanza sia riuscito a farsi silenziosamente strada dentro di me.

E mi sento una merda, e ringrazio le provvidenziali vacanze natalizie perché non lo vedrò, ma il 10 gennaio è dietro l’angolo.
Aiuto.

 

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Quando la donna diventa invisibile.

Mi ripropongo credo per la seconda volta nella mia carriera di blogger.
Non so perchè, ma questo è in assoluto l’articolo più letto di questo spazio, e il titolo è la frase più cercata nelle chiavi di ricerca. Al che, dato che il pezzo è del 2014, mi intristisce un pò pensare che noi donne ci si senta, evidentemente, ancora troppo spesso trasparenti per mille motivi.
Possibile che ancora tante di noi si sentano felici e realizzate solo attraverso lo sguardo di qualcuno? Possibilmente maschio?
Possibile che ad ancora troppe di noi non venga riconosciuta una visibilità anche attraverso canali familiari come moglie, madre, compagna?
Possibile che questa invisibilità esista e persista anche sul posto di lavoro?

Dovesei

Raccolgo le lamentele di un’amica:
“Sai che gli uomini non mi guardano più? Me ne sono accorta già dall’estate scorsa. Ti ricordi quando siamo state al mare? Neanche mezzo maschio che mi degnasse di uno sguardo. E poi alla festa per i 50 anni di Tizio, nessuno mi ha filato di pezza, neanche il più scorfano. Ma… sono così brutta? O sto diventando un cesso? Sii sincera…”
Guardo la mia amica. E’ una bella donna, alta, proporzionata fisicamente, simpatica, intelligente, veste con gusto, ma…non è più giovane, come del resto non lo sono più nemmeno io, ma non mi sono mai posta il problema di chi e se e come mi guardi.
Il fatto è che a nessuno piace ammettere di stare invecchiando, o di non essere più giovani. Il massimo al quale si arriva è l’accettare di stare invecchiando, ma agli occhi di una persona parecchio più giovane, sei…

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Se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse. (If the young knew and the old could)

In realtà non si sa se si tratti di un proverbio inglese o francese. Qualcuno ne attribuisce la paternità a Freud ma io non ci credo, perchè non ci vuole uno psicanalista per arrivare a questa semplice ma spiazzante conclusione: basta maturare, come un buon vino o un’ottima pezza di Parmigiano Reggiano. Ma quello che spiazza è che, a scapito della cruda verità nascosta dietro a queste poche parole, si nasconda un mondo in cui invece nulla è più certo nè ben definito.
I fatti.
I vecchi non hanno più limiti, o meglio, la nostra società così fast and furious, social e in preda a cambiamenti tali che un mio paio di collant dura di più di una notizia, di un avvenimento, di una tendenza, vuol far credere ai vecchi e ai meno vecchi – diciamolo pure, ai baby boomers come me- che tutto alla nostra età e oltre sia possibile mentre, cazzo, NON E’ VERO PROPRIO PER NIENTE. Mi guardo attorno e vedo cose che non stanno nè in cielo nè in terra. Non si può restare forever young, prima o poi bisogna cedere: alla presbiopia, al colesterolo o alla pressione che fanno le bizze, alle gengive che per quanto uno curi i denti iniziano a ritirarsi, ai capelli un pò così, non più corposi e lucidi come a vent’anni, ai doloretti quando c’è umidità, alla caduta degli ormoni e per pietà alla mia generazione e a quella seguente mi fermo qui, che oramai anche quelli nati nei ’70 non sono più dei fiorelini.
C’è un momento preciso, passati i cinquant’anni o appena prima, o poco dopo, in cui il tuo corpo ti lancia dei segnali precisi: “Rallenta! Attento! Calmati, fai una bella revisione e poi ridiscutiamo il tutto.” C’è chi saggiamente ascolta ma c’è anche chi no, e qual’è la scappatoia più veloce e apparentemente semplice? Fare un qualcosa da “gggiovani” e magari coi “gggiovani”. Si va dall’acquisto di mega moto o mega auto sportive, all’intraprendere un qualche sport in modo assolutamente sconsiderato, agli aiutini estetici, all’abbigliamento casual-grunge-rock, al make up che ti fa assomigliare più al pagliaccio di It che a Cate Blanchett o Kim Cattral.
C’è poi chi si butta su un compagno/a parecchissimo più giovane, e questa davvero non la capisco. Caro lettore, cara lettrice che mi segui e hai intrapreso questa strada, ti sei mai soffermato a pensare che già dieci, quindici anni di differenza sono un gap pericoloso? Perchè è ben vero che da un punto di vista sociologico una generazione va dai 20 ai 25 anni, ma ti sei mai soffermato a pensare che quando la tua compagna ciucciava il latte dalla mamma e cacava nei pannolini tu eri in preda ai primi turbamenti sessuali, andavi a scuola col “Ciao” e ti facevi le prime canne, o le prime Marlboro? E non è affatto vero che il tempo pareggia le cose; siete adulti ma enormemente diversi. Il Tempo presenterà il conto. Sappi, medioman momentaneamente ringiovanito e insverzurito, che verrà comunque il momento del Prostamol, della schiena che non consente più certi colpi di reni, tornerà- se mai l’avessi accantonato- il momento in cui desidererai l’abbraccio confortevole del tuo divano più che una 40enne che vuole che la porti al lago in moto o a mangiare il sushi all you can eat che a te resta sullo stomaco.
Sappi, coguara 50 e rottenne ottimamente conservata che ti spupazzi e ti fai spupazzare da uno che biologicamente ti potrebbe essere figlio, che i doloretti sono sempre lì in agguato e che non puoi continuare a vita con la bustina di Oky ogni volta che prevedi una sex session col tuo boy, che per quanto tu sia palestrata e sbotulinata e abbigliata comme il faut, a letto nulla si nasconde, a meno di effetti speciali tipo fumo sul palco durante un concerto dei Pooh. Insomma si sarà capito ma io sono per le relazioni tra coetanei e due, tre anni in più o in meno sono la tolleranza massima per me. Mi è successo, oramai qualche mese fa, di suscitare l’interesse di un collega più giovane di me. Al di là del fatto che sono felicemente accoppiata e che lui non lo sapeva, quello che mi ha stupito è stato il fatto che un 43enne si fosse messo d’impegno a farmi una garbata corte. L’uomo aveva, anzi ha, perchè ancora lavoriamo insieme, il suo fascino: tipo bohemien, capelli alle spalle, sempre raccolti in una coda ripiegata, occhi scuri e profondi, fisico asciutto, look finto trasandato, buon profumo, ottima cultura, scrive, dipinge, sa ascoltare e non parla a vanvera, insomma ottimo sulla carta ma poi? Al di là che, ribadisco, sono felice del e col mio Bip, ammesso che fossi stata single non ci avrei mai fatto quattro salti in padella.
Perchè quando lui è nato io stavo finendo le scuole medie e poco dopo ho iniziato a fare sesso e lui nemmeno andava alle scuole materne.
Perchè quando lui frequentava le medie io facevo progetti matrimoniali e insegnavo a scuola a ragazzi più grandi di lui.
Perchè, al netto del Bip che non si discute, NON E’ PIU’ TEMPO PER CREDERMI GIOVANE, o per tentare di sentirmici attraverso un uomo più giovane di me.
Perchè il sesso come lo facevo a 43 non è più fattibile oggi. Sono una baby boomers ragazzi, e ho scavallato la parte giusta dei 50 ma anche ne avessi 50 tondi non cederei mai. Non capisco cosa cerchino uomini e donne in persone tanto più giovani o più vecchie di loro: illusioni? Sicurezze? Un padre o una madre o una sorella/fratello maggiore? Una sponda? Uno specchio da luna park?
Non lo so, non capisco. Ho un’amica di 60 anni, splendida donna tutta al naturale ma che si porta a letto un uomo di 36 anni, avendo lei un figlio di 35. Ma come fa? Come si fa? Ogni tanto le vengono angosce e dubbi o si scontra con l’ovvia immaturità del tipo e mi chiede se sta facendo la cosa giusta. Io non ho il coraggio di dirle che a me fa impressione pensarla con questo poco più che ragazzo, e le dico “sei sufficientemente intelligente da sapere quello che stai facendo”, ma poi penso che, davvero, non so dove la sua intelligenza emotiva ma anche pratica si sia nascosta.

Mi rifiuto di pensare che si sia rifugiata nelle sue mutande.

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Love is all around

Ogni volta che vado nella casa al mare, io poi per forza devo tornare qui. Per vedere il mare mi basta aprire la finestra, per vedere questo paesaggio mi faccio una decina di chilometri in direzione traghetti per Venezia per poi svoltare nella campagna disseminata di campi e serre dove occhieggiano pomodori giganti, zucchine, e le zucche in campo aperto sono già una promessa d’autunno. Si passa poi un vecchio ponte di pietra, e poi un lungo stradone per arrivare a questa frazione. Non c’è altro che un attracco del vaporetto, una locanda, un bar e un piccolo porto turistico.
C’è però una luce stupenda, abbagliante di giorno e con tramonti unici, e dopo un temporale capisci i colori dei cieli del Tiepolo.
Questo è un posto del cuore. Nulla mi legava a qui se non il fatto che Giulio mi disse qualche anno fa “Lì c’è una trattoria dove cucinano il pesce daddio.” Ecco, forse venire qui mi fa sentire più vicina a lui e a Giovanna. Anime belle, completamente diverse e slegate l’una dall’altra, non si si conoscevano nemmeno; Giulio e Giovanna non ci sono più, da un pò di anni ormai. Questo posto è una sorta di eredità indicatami da Giulio, e che sicuramente anche Giovanna avrebbe apprezzato. Tutto questo mare-non-mare, un mare che non ha la bellezza di altri, più palese e ovvia, ma possiede la bellezza di chi lo sa guardare, di chi sà che laggiù in fondo c’è Venezia e ne riconosce i campanili, di chi come me ama sedersi sul muretto del porticciolo al tramonto a guardare la scia degli aeroplani che vanno e vengono da Tesséra, le facce dei pochi turisti che prendono il vaporetto a quella fermata, o ascoltare le chiacchiere in veneziano stretto dei clienti del baretto, o guardare la coppia che gestisce la locanda preparare con cura i tavoli che d’estate arrivano fino al muretto oltre al quale c’è l’acqua finto quieta della laguna. Sono piccoli momenti di non trascurabile serenità. La coppia che gestisce il ristorante è simpatica, intraprendente. Non fa servizio di bar ma, chiacchierando del paesaggio, ha finito un giorno con l’invitarmi dentro. E’ un posto caldo e accogliente, non molto grande. Molti bei  quadri, molte bottiglie di pregio, sei stanze, ognuna col nome di un’isola della laguna. Grande stupore sul fatto che non volessi “uno sprissetto” – no, grazie, che se poi non mangio subito mi viene sonno. Mi accontento di un analcolico- e mi mostrano la vasca con le aragoste e il gransoporo, mi spiegano piatti e ospitalità, mi chiedono di dove sono e scopro che lei è austriaca come me, ma da una vita sta lì, mentre lui è veneziano. Mi dicono che mi aspettano “A cena, che è più bello: qui abbiamo i tramonti più belli di tutta la laguna, poi si mangia a lume di candela… insomma roba che s’è mejo che te vegne col moroso!” – “Magari, una volta…” , mi sono detta; così poi è stato. Ci andai per un paio di weekend con I. Giorni meravigliosi, perchè negarlo? Dopo la fine della storia con lui ho accuratamente evitato di tornarci per un anno. Non me la sentivo di metttere alla prova la mia emotività, o forse volevo semplicemente preservare il ricordo. Poi non ho resistito al richiamo del cuore, perchè davvero questo è un posto del cuore, forse più importante di altri. Quando torno qui sento vicino chi mi ha amato: gli amici che non ci sono più, i miei genitori che mi hanno fatto scoprire la laguna in barca, fin da quando ero poco più che una bambina, gli amori andati, quello presente, che comunque già conosceva questo luogo incantato. Qui c’è veramente una grande parte della mia anima, un posto del cuore dove ricordare: chi c’è, chi non c’è più, chi vorrà e saprà esserci.

 
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