Il mio gruppetto di neuroni funzionanti. Li faccio girare più pedantemente di quanto non mi imponga di far girare Norton o di salvare su dischetto.
Lo facio, lo faccio. Ragiono, discerno, mi dico che sì, va bene così, sii distaccata, non guardarlo dietro la lente deformante dell’amore che pure ancora c’è.

C’era una volta un bambino.
C’era una volta un bambino, figlio degli anni del boom economico, dell’Italia della Fiat seicento, delle gite fuori porta, del televisore comprato a rate. a casa di quel bambino però di queste cose sentivano parlare, ma non arrivava nulla. Il bambino però non ne pativa troppo, era un bimbo dotato di una meravigliosa inventiva e di una grande fantasia, poi amava tantissimo leggere e quando passava il furgone della biblioteca di quartire faceva scorta di sogni: Moby Dick, Robinson Crusoe, Belfagor, I tre Moschettieri, poi anche Cyrano. non ci capì granchè di quesst’ultimo ma si prese un appunto mentale e se lo recuperò qualche anno più tardi.
Ma dove la fantasia del bimbo era impagabile era nei giochi che inventava, uno su tutti il "Giro d’Italia con le mollette da bucato". Funzionava così: nel periodo del mitico Giro prendeva 50 mollette da bucato, scriveva 50 bigliettini coi nomi dei corridori e ne inseriva uno in ogni molletta, piegato in modo che non si vedesse. Arrivava poi il suo amico del cuore con altre 50 mollette con altri nomi ed il Giro partiva: il divano si trasformava nel Gran Premio della Montagna, via a colpi di pollice e indice, all’aperto quando si poteva, via colpi su colpi ad ogni molletta colorata dandosi un tempo per la tappa. La molletta-corridore che tagliava il traguardo diventava Maglia-molletta Rosa ed il proprietario ne era orgoglioso. Il gioco era mutevole, si trasformava in mondiali di sci o quant’altro.
Poi c’erano le partite di pallone con le figurine del formaggino Mio, quelle in gommapiuma rivestita di plastica. Così se Biancaneve stava in porta Topilino era mezz’ala e Pippo mediano. i pomeriggi passavano tra compiti, giochi fatti di niente, merenda. La sera il bambino andava da uno zio che viveva lì vicino a guardare la tivù, o leggeva. Il sabato e la domenica all’oratorio. Il sabato il nonno gli allungava qualche spicciolo per comprarsi le "more" o i pesciolini di liquirizia, d’estate il gelato: ricoperto o coppetta fragola-limone o panna-cioccolato.
Era un bambino particolare, un pò chiuso di carattere, tutto sommato tranquillo, forse troppo, tanto che nelle rare occasioni in cui osava dar sfogo ai suoi veri sentimenti, magma denso che si accumulava nell’osservazione silenziosa ed a volte dolorosa di quanto accadeva attorno a lui, esplodeva in maniera violenta dando sfogo ad una rabbia che occhi e cuori disattenti non sapevano spiegare. Fino a una sera di parecchi anni più tardi, in cui quel bambino, ormai ragazzo di diciotto anni, non si alzò di scatto da tavola prendendo per la camicia suo padre e sbattendolo contro il muro perchè aveva bevuto troppo, ancora una volta.

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Una risposta a

  1. RobertoTossani ha detto:

    “Tu non capisci: è questo il grande lutto che oscura le mie vesti. Ma voglio dirti la verità, dal lato brutto a cui non si rimedia. Tu non capisci: è questo il grande male. Io non ti amo: è questa la tragedia.”
    Lunario di Settembre, Ivano Fossati e Anna Lamberti Bocconi

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