Tra un mese più o meno questo quaderno compirà tre anni. L’ho aperto pensando che veramente nessuno l’avrebbe letto, ho fatto e faccio di tutto per avere poca visibilità ma non perchè io tema chissà cosa, soltanto perchè IO, Simo, sono così. Non grido (quasi) mai, vesto in maniera molto bon-ton, ho capelli castani e occhi scuri, perfetto prototipo di donna come tante. Poche cose di me gridano: gli orecchini, che adoro di tutti i tipi e piuttosto grandi. Quello che porto sotto i vestiti bon-ton. Dettagli che sono chiari a me e a chi mi conosce bene, che spiegano chi c’è in realtà dietro la facciata della collega precisa e puntuale, della mamma impegnata, dell’amica presente. Dettagli che qui qualcuno ha colto e qualcuno no, e intanto sono passati tre anni di questo dialogo con I. che non leggerà mai ma che comunque sa tutto quello che penso e butto qua, perchè sono cose che dico anche a lui. Di noi due, qui si parla di Simo e I. Qualcuno qua conosce il tuo nome per estesso, quel nome non tanto usato, fortemente voluto da tuo padre, fortemente osteggiato nella clinica dove sei nato, clinica gestita da religiose. Tua madre non ce l’ha fatta ad arrivare all’ospedale civile a bordo della 500 di tuo zio. A metà strada s’è fermato in questa clinica e tuo padre è arrivato che eri nato da pochi minuti.

– Come lo volete chiamare? – L’onnipresente suora odorosa di naftalina e minestrone.

– Ivan. – Tuo padre, deciso e sicuro.

– Non si può! E’ un nome comunista! – in quegli anni era abbastanza normale battezzare i bambini subito, appena nati. Bisognava definire il tutto.

– IO SONO COMUNISTA! E NE SONO FIERO! MIO FIGLIO SI DEVE CHIAMARE IVAN!

– Ma cosa crede lei? di poter fare come vuole? Crede di essere lo scià di Persia e sua moglie Farah Diba, nè? Qua niente nomi comunisti! ne scelga un altro!

Tua madre prova a mediare: Alessandro. Ne avevano parlato a casa, della possibilità di chiamarti così. Alla fine per non scontentare nessuno te li porti dietro tutti e due, i nomi, anche se in famiglia sei per tutti solo Ivan. Quando ci siamo conosciuti e mi hai detto il tuo nome ho avuto un piccolo moto di ribellione: ti chiamavi come un mio ex compagno di liceo, un tipetto carino e spocchiosissimo che ha raggiunto una certa notorietà come giornalista sportivo. Mi stava e mi sta un pò qua. Ti chiamavi come Zazz*aroni. Io ogni tanto faccio questi ragionamenti da dodicenne.
Ora Zazza*roni sta da Bo*nolis a fare l’arrogante e fare l’ex-belloccio, tu stai con me. Tu stai senza di me. Io senza di te e con te. Questi anni non sono solo passati. Quanto ho imparato, metabolizzato, rigettato, accettato. Quanto ho sperato fino a rimanere spoglia di ogni speranza. quanto ho anche pianto, quanto abbiamo riso, litigato, discusso, letto, ascoltato. Quante tracce di te intorno a me, nella mia borsa, nella libreria, tra i cd, nell’armadio, nella testa, nel cuore. Le mie tracce non so dove tu le tenga, ma so che ci sono, a casa, in ufficio, in macchina, sparse qua e là. Ma la traccia più importante è quella che ti ha portato pochi giorni fa a dirmi "Io ti amo.", guardandomi dritto negli occhi. E’ quella che le tue parole, i tuoi gesti lasciano ogni giorno nella mia vita. E’ quella che niente e nessuno ci porterà mai via.

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4 risposte a

  1. perturbamento ha detto:

    Ehi: quest’ultima non è una traccia, ma un vero e proprio solco! Qualcosa di indelebile che mai potrà essere rimosso o portato via.

  2. Masso57 ha detto:

    macchè ex-belloccio..quello (Zazz) fa proprio il “piacione”…

  3. abreast ha detto:

    io ti leggo relativamente da poco, però da quando (per puro caso) sei venuta a trovarmi nel mio blog ormai diverso tempo fa (unica tua visita, credo) continuo a leggerti sempre, anche se non commento quasi mai.
    mi sento di dirti questo: sei una “bella” persona! davvero!
    bacio!

  4. RobertoTossani ha detto:

    Se fossimo a un tavolo di poker e toccasse a me, dopo aver letto tutto questo come se fosse la puntata di un giocatore, appoggerei le carte sul tavolo, direi: “Io passo”, poi mi alzerei, uscirei dalla stanza (che presumibilmente sarebbe piena di fumo, altrimenti che poker è), andrei in terrazza, guarderei le luci lontane nella notte (le luci lontane ci sono sempre), appoggerei le mani alla balaustra, farei qualche respiro profondo e poi invece di tornare al tavolo da gioco uscirei da quella casa, salirei in auto ed entrerei nel primo bar ad ubriacarmi, sperando di riuscire a non pensare a niente.
    Bacio.

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