Di tanto in tanto mi sento chiedere, ma è più una sorta di affermazione sotto forma di domanda, "come fai ad essere così forte".
Non lo sono poi tanto. Lo sono.
La mia è una forza alimentata da quanto provo per le persone che amo, eppure conosco donne che amano i figli, il compagno, quanto me ma che non hanno problemi a palesare debolezze, inadeguatezze.
Il punto è che io non so resistere ai bisogni di chi amo. Cerco, provo a riempirli, senza essere materna, senza diventare melensa e onnipresente, perchè io amo di tutto cuore ma credo nel rispetto, ed è difficilissimo riempire i vuoti, rispondere a bisogni senza invadere. Funziona così con i figli, funziona così con le amiche, funziona così con l’uomo che amo. Amare rispettando: peculiarità, situazioni, limiti, debolezze, spazi. E così finisci col crearti quell’immagine di donna forte che è un’arma a doppio taglio, perchè dato che sei forte, che te la cavi, che sai cogliere e capire, sembri non avere quasi mai bisogno di abbandonarti, di accartocciarti su te stessa, di essere raccolta, accolta.
" Tu sei come un bambù. Duro ma flessibile, e morbido dentro." Ivan.
Non gli ho saputo rendere il paragone. Un ulivo, forse. Contorto, pieno di frutti che però non si prestano ad essere gustati subito, anzi, se non lavorati sono immangiabili. Un ulivo che può sopravvivere secoli ma che è preda facilissima dei parassiti. Anche poco tempo fa ci siamo ritrovati seduti sotto ad un piccolo ulivo carico di frutti. Capita spesso, semplicemente per la zona in cui lui vive. Ho alzato gli occhi su quelle piccole olive che appesantivano i rami, poi ho guardato lui, lì accanto a me. Si stava così bene. Non avevo bisogno di essere forte: c’era lui, lì con me.
Poi si torna alla vita di tutti i giorni, ci si ridistanzia fisicamente. Lui per un pò regge, poi va in tilt. E io? Come faccio io a non tendergli una mano anche se l’unica cosa che vorrei fare certe sere è andarmene a letto alle otto senza che nessuno mi chieda nulla?
Come ieri sera: ero distrutta, e triste di una tristezza che si chiama mancanza. Lui lo era più di me. Sospiri, sbuffi, voce afona.
– Che c’è? Che ti succede? –
– Mah…niente…E’ che sono giornate di merda…si lavora, male, troppo, e basta. Non riusciamo a sentirci decentemente, non riusciamo a vederci. Sono in pensiero. Ho paura che tu ne risenta.-

Infatti ne risento. Mi manca molto ma la situazione oggettivamente non permette di più. E allora? Che rispondi a quella che non è altro che una richiesta di rassicurazione?

– Dai…non durerà in eterno! Abbiamo tempo…Stai sereno. –

– Sai che voglia ho io di passare dall’ufficio perchè ho dimenticato le chiavi, e poi di andare da mia suocera a prendre A., e di arrivare a casa e dar da mangiare al cane e chiudere le imposte e accendere il camino? –

– Mbèh? Ma che gli prepari al tuo cane? Una cenetta alla Vissani? Ha la guida del Gambero Rosso? –

Leggera leggera Simo. Sta zitta. Non dirgli che molte cose dovrebbero/potrebbero essere condivise e lui avrebbe tutto il diritto di andare a casa e basta. Andare a casa e farsi una doccia, leggere, restare in silenzio.

Zitta.


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