Mi domando se basti una nevicata sia pur eccezionale a mettere in ginocchio una cittadina che dovrebbe essere ben attrezzata, poi guardo le immagini di Milano, Bergamo, Genova e mi dico che non c’è che da rassegnarsi, siamo anche noi cittadini che non sappiamo,più convivere con le emergenze. Prego dentro di me che non ne arrivino di vere, di peggiori.
Neve anche ieri, poi pioggia grigia ad impastare tutto. Avevo previdentemente lasciato l’auto in strada e non nel cortile condominiale che, al solito, nessuno viene a sgombrare. Pare che NESSUNO voglia più prestarsi a questo genere di servizi. Da ieri osservavo la mia auto sepolta sotto oltre un metro di neve. Stamattina decido e chiedo in prestito un badile al bar vicino a casa. Mi armo di buona volontà e inizio per rendermi conto subito che l’imbecillità umana non ha limiti nè confini: il geniaccio che è passato BEN UNA VOLTA a sgombrare la strada con un trattore quando ormai la neve era sugli 80 l’ha buttata TUTTA verso il lato di strada dove sono parcheggiate le auto, e non verso l’altro, totalmente libero; quidi ho una muraglia di neve zuppa e pesante in modo spaventoso che mi chide la macchina, i negozi chiusi a parte il fornaio ed il giornalaio. Colpo di genio: ho notato tre o quattro extracomunitari che buttavano giù la neve dalla veranda del bar. Entro e chiedo; sono dipendenti della pizzeria poco distante, albanesi. Il proprietario della pizzeria gli domanda e questi subito si rendono disponibili. "Prima adiamo fare impasto pizza, poi tiriamo fuori macchina, certo signora."
Li ringrazio e gli chiedo quanto debbo.
– Ma niente signora. Abbiamo aiutato anche operai del comune a pulire marciapiedi!- Decido che chiederò al bar cosa prendono di solito e che gli lascerò un pò di colazioni pagate.
Mi incammino per le strade tra mucchi impressionanti di neve. Mi intristisco, mi sento sola. Scaccio un pensiero fisso. Un letto, io e te e il mondo fuori. Un letto per starmene ranicchiata contro te. Stamattina mi hai chiamato, assonnato, dopo aver portato A. a scuola. Erano le otto meno dieci.

– Forse andrò a tagliarmi capelli. A che ora aprono i barbieri? – Vivi veramente in un modo tutto tuo, distaccato, schivo, ruvido, spiazzante. Non sai nulla di nulla che esuli dalle tue abitudini un pò maniacali. Odi tagliarti i capelli perchè ti da fastidio farteli toccare, e io te li scompiglio, e tu infili le dita tra i miei, li accarezzi, li scompigli, me li scosti dal viso.
Non ti piace andare in centro eppure non c’è volta che io sia venuta da te o che ci siamo trovati da qualche altra parte in cui non siamo andati in giro per il centro. Anche lì da te, le ultime due volte, e sempre nella stessa affollatissima piazza Duomo a pomeriggio inoltrato, nell’ora dello struscio, dell’aperitivo. Ti guardavo persa dentro quegli occhi che non so mai quando ritroverò. Mi guardavi con uno sguardo circolare teso a cogliere tutto. Hai infilato le dita tra i miei capelli. Ho cercato da far finta di nulla.

– Bèh, allora ciao Ivan…

– E mi saluti così?

– Ma scusa…qui…come faccio a…

– Così. – E mi hai baciata teneramente, come una cosa limpida, normale, naturale. Sapevi di freddo, di buono.

E’ passato così poco tanto poco tanto tempo che pensarci mi toglie il fiato.

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Una risposta a

  1. utente anonimo ha detto:

    “E’ passato così poco tanto poco tanto tempo”

    e’ tutto qui.
    a volte le tue parole rigano la facciata.
    a volte sarebbe più facile non saperle leggere, le cose.
    ma non per chi ha i tuoi occhi.
    (…)
    grazie.
    (e vorrei essere davvero grande abbastanza per dirlo meglio.)

    orio

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