In effetti verus est, la pioggia scioglie la m*erda ma non del tutto. Dei merd*adays resta un alone puzzolente e persistente che fa presagire o non dimenticare che, appunto, i mer*dadays esistono.
Ieri mega incazzatura sul lavoro e a catena mega incazzatura di I. sul lavoro, con una differenza sostanziale: io da fiatoalletrombeturchettiiiiiii! ( mi pare recitasse così, no?), lui no, non può.
Io ho preso la porta alle 15.45, schifata dal leccapiedismo, dalla burocrazia, dal fanc*azzismo, dai quattrosoldiquattro che appunto per guadagnarteli devi costantemente scontrarti col leccapiedismo altrui ( e vedi che i fe*tish in questione navigano in acque molto più sicure e pescose ), con montagne di carte INUTILI, con mail&contromail, con il collega che lo cerchi perchè hai assoluto bisogno di una detrminata cosa e scopri che nel suo studio non lo vedono dalle 12.30. A quel punto ho alzato le braccia e ho abbandonato la nave:

– Non mi sento bene. Vado a casa. – Nessuno ha avuto nulla da ridire. Lo dico a I. quando mi chiama dopo la pausa pranzo.
– Vada a casa perchè oggi veramente non ce la faccio più. – Lui, lontano là dov’è, in preda ad un attacco di tra*cheite, di gambe molli, di sp*leen esistenziale applicato al campo lavorativo mi fa: – Guarda, quasi quasi ti seguo a ruota. Non c’è poi molto movimento oggi e quasi quasi me ne vado acasa anch’io, comunque ti avverto.
Sì, peccato che non si possa dire dai che andiamo a berci un cappuccino, ci diamo un bacio e poi a domani, ma questa è un’altra storia.
Prendo l’auto. Nuvoloni minacciosi ovunque, vento fortissimo che fa volare pollini gialli, bianchi, piccoli micidiali fiorellini che s’infilano dappertutto.
Arrivo A C., bella cittadina accogliente coi suoi portici bassi, bei negozietti, piccoli bar. Decido che se trovo un parcheggio mi faccio due passi. Lo trovo. Cammino sotto i portici e fa quasi freddo. Entro in una pasticceria e mi prendo un consolatorio caffè nocciolato: leggero strato di cioccolata calda, ottimo espresso, panna liquida, ciuffetto di panna montata, granella di nocciole, scagliette di cioccolato fondente, nocciolona d’ordinanza a guarnire. Ah che conforto!
Esco e mi dedico ad una piccola ma fornitissima libreria dove mi approprio dell’ultimo Caterine D*unne. Il primo, letto per caso perchè la maggioranza delle scrittrici inglesi e irlandesi sono molto genere Harmony e non l’avevo acquistato. Rivelatosi invece una bella introspezione al di là della trama banalotta confido nel seguito.
Guardo l’orologio. Si sta facendo un pò tardi ma non ho problemi, i ragazzi sono impegnati e torneranno all’ora di cena, la palestra per oggi no, la accantono, però di I. nessuna notizia. Per abitudine io non lo chiamo proprio mai, a meno che non debba divenire irreperibile per un qualche motivo. Chiama sempre lui dato che ha una tipologia di lavoro molto più particolare del mio che ha orari prefissati.
Sono un pò preoccupata perchè capisco che devono averlo chiamato "in paradiso", come scherza lui ogni tanto: dodicesimo piano del grattacielo, uffici direzionali tra i quali quelli del suo diretto superiore. Sono i fatidici giorni delle gra*tifiche, che già è aberrante pensare che tu te la possa essere meritata o meno, questa sorta di elemosina, già a lui tocca decidere se i suoi "so*ttoposti", proprio così vengono definiti, sono meritevoli o meno, lui invece viene giudicato dal piccolo dio in persona.
Ora, io a I. voglio bene e il mio potrebbe essere anche un giudizio di parte, ma I. è il classico tipo che va al lavoro anche con la febbre, che difficilmente esce prima del dovuto, che è ordinato, preciso, puntuale, ma…non basta.
Lo sento alle sei, la voce sempre più in cantina. Avevo indovinato: chiamata in paradiso, consegna busta, avvertimento sull’esiguità del tutto motivato con le incertezze del mer*cato e, guarda caso, una non meglio precisata "mancanza di creatività nel prospettare soluzioni utili al miglioramento delle si*nergie".
– In parole povere non ho fatto il bravo, non sono salito quelle due tre volte a settimana a parlare d’aria fritta e a leccare il **** a chi di dovere. Ho "solo" lavorato.
Tragica normalità in un mondo del lavoro che riduce sempre più le persone a numeri, e anche se tutto sommato I. lavora in un comparto stra tutelato fa male non vedere riconosciuto l’impegno di una persona che spesso da oltre il dovuto.
Fine del merd*daday.

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6 risposte a

  1. traduefuochi ha detto:

    finito il mer*da day!?!
    ora relax in attesa del prossimo?
    eheheh!

    p.s. il prossimo caffè,te lo consiglio: ristretto,senza zucchero,con tanto cacao amaro.
    al primo impatto è forte che non va giu,ma poi,ti porta il morale in paradise!

  2. abreast ha detto:

    io ho imparato a non prendermela più per questioni legate al lavoro ed alle persone che popolano questo mondo! non è facile, lo so benissimo, però posso assicurarti che si sta decisamente meglio… si guadagna (e tanto!) in salute!

  3. RobertoTossani ha detto:

    E speriamo che comincino un po’ di babàday, allora.
    Un abbraccio.

  4. bbbk ha detto:

    Cavoli, allora ieri era un mer*daday per tutti…

    Oggi sembra meglio.
    Qui c’e’ pure il sole…

    Un saluto!

  5. Robamia ha detto:

    Secondo me se uno lavora già in un contesto dove è ben tutelato è un pò come avere un piccolo incentivo ogni giorno, comunque è brutto sentirsi delle pedine nelle mani di chi maneggia le persone come burattini. Bisognerebbe davvero prendersela di meno, campare alla giornata e nei merda day uscire dall’ufficio come hai fatto tu. Lui proprio non può?

  6. MariaLuisaM ha detto:

    I capi hanno sempre ragione anche quando sono stupidi, succede anche qui nell’Emilia rossa, la morale è che “Se tutti imbrogliano, eccetto te, allora sei tu ad imbrogliare”.

    Decisamente un merda day, fantozziano direi.

    Non sono d’accordo invece con il liquidare le scrittrici inglesi ed irlandesi come “Harmony”.

    Penso a Doris Lessing, ai temi sociali dei suoi romanzi londinesi, Il diario di Jane Sommers, Il Quinto figlio, Il Taccuino d’oro

    Penso a Edna O’Brian, al tema della donna nella cattolicissima e bigotta Irlanda, La trilogia delle Ragazze di campagna, non certo a lieto fine.

    E penso anche Josephine Hart che pur scrivendo di amore non mi pare scontata nè melensa.

    Le scrittrici inglesi sono tra le mie preferite.

    In bocca al lupo per tutto, spero che oggi sia un bel giorno.

    Un abbraccio, Maria Luisa

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