Il famoso interruttore, quello di cui parla Robamia nel suo commento al post qui sotto.
Chiunque sia stato realmente coinvolto sentimentalmente ha sognato che esistesse quel magico bottoncino, nascosto chissà dove. Ti alzi una mattina, stanca di patemi e paturnie, di perchè e percome, di ma sì poverino/a capiamolo/a ancora una volta. Ti alzi ed operi una sorta di eutanasìa del sentimento, no non di tutti i sentimenti: del tuo sentimento verso quel meraviglioso stronzo del quale sei innamorata nonostante blablablabla e a prescindere dal fatto che blablabla.
Ho sperato che esistesse almeno una decina di volte in questo tempo dilatato che ho trascorso con I. ma senza di lui eppure con lui, così fortemente.
Ho creduto di trovarlo immergendomi nel lavoro, facendomi coccolare dagli amici più fidati, uccidendomi di fatica su un tapis ro*ulant, andando al cinema, ascoltando musica idiota.
Ho creduto di trovarlo partendo, e questo è forse l’unico modo col quale arrivi a sfiorarlo, quell’interruttore, ma poi l’ho perduto di nuovo. L’ho perduto per la prima volta sulla terrazza dell?Em*pire State Building. L’avevo trovato e sfiorato, l’interruttore, partendo per gli St*ati Uniti con P. poco dopo che il "suicidio" della moglie di I. aveva suggellato senza bisogno di parole la fine di tutto, la fine del nostro volo altro, del nostro piccolo progetto umano di un tratto di strada da percorrere. Avevo avuto l’opportunità di partire e mettere l’oceano di mezzo alla fine di una storia significava per me averlo individuato, quell’interruttore. C’era P., c’erano altri due amici, c’era New York ritrovata dopo 20 anni, c’erano i miei in buona salute e la certezza di avere lasciato i miei figli in buone mani per due settimane.
Dormivamo a Tri*beca in un residence, il cellulare che avevo allora non consentiva di ricevere chiamate intercontinentale. Avevo un coltello piantato nel petto ma lo sfilavo lentamente. Passavano i giorni e l’immagine di I. sbiadiva come certe foto ritagliate da una rivista che inspiegabilmente in poco tempo perdono brillantezza. Poi una mattina P. decidiamo di salire all’ultimo piano delle T*win T*owers ma niente, c’è troppo vento e non si può. Nel pomeriggio il vento si placa e P. che è un inguaribile romantico decide che le Torri sono troppo moderne, dai che si va sull’Em*pire. Arrivata lassù mi sono guardata attorno e mi sono guardata dentro; c’era una bellezza devastante attorno a me, un panorama di quelli che ti restano dentro per la vita. Mi è venuto in mente che tu mi avevi raccontato di  non essere potuto salire all’ultimo piano delle torri per lo stesso motivo: vento. Era accaduto un paio d’anni prima durante un soggiorno a New York per lavoro. Tre settimane di stage da solo, dividendo la stanza d’albergo con un ragazzo polacco che viveva a Milano e lavorava per il tuo stesso gruppo. Tre settimane di libertà e serenità con due pensieri: quello di tua figlia a casa e quello che mancasse "qualcuno" con cui condividere tutte quelle cose che ti riempivano gli occhi e l’anima. Sensazione più forte quando eri salito sulla terrazza dell’E*mpire. Mancava qualcuno, un qualcuno che non esisteva o chissà dov’era, chissà se c’era.
E così alcuni anni dopo, mentre i miei occhi accarezzavano lo stesso panorama, improvvisamente quell’interruttore che mi pareva così a portata di mano è scomparso, puff…nonostante New York e gli amici e l’euforia del viaggio e le carezza ai miei figli.
Lì ho capito che c’è fine solo se noi vogliamo che ci sia. Lì ho capito che siamo padroni e dittatori di noi stessi e del nostro sentire, che l’amore muore di una morte lenta ma definitiva, senza interruttori o tagli chirurgici. Ho capito che finchè ci appelliamo ai se, ai ma, che finchè giustifichiamo, cerchiamo di capire, perdoniamo, ci illudiamo, non lo facciamo che per bisogno: bisogno di QUELL’amore, quello e non un altro. Magari ognuno per motivi diversi, ma la causa o il fine quello è: amore e l’idea che ognuno di noi ha dell’amore.

E andate a leggervi il post di Roberto Tossani se ancora non l’avete fatto, che è, da un certo punto di vista, illuminante al riguardo.

Un sorriso.

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5 risposte a

  1. abreast ha detto:

    l’amore muore di una morte lenta ma definitiva” + “finchè ci appelliamo ai ‘se’, ai ‘ma’, finchè giustifichiamo, cerchiamo di capire, perdoniamo, ci illudiamo, non lo facciamo altro che per bisogno” = 2 sacrosante verità!!!
    brava, come sempre!

  2. utente anonimo ha detto:

    Bellissimo post. Molto molto vero e aperto.

  3. pennastilo ha detto:

    Non si finisce mai di pensarci e rifletterci, sull’amore e tutti gli annessi e connessi…

  4. Seonee ha detto:

    Molto vero.
    Non so se dirti “brava”….

  5. PC1969 ha detto:

    Be’…. guarda il lato positivo , ti sei mantenuta in forma fisica eccellente! :-))

    A parte le cavolate, mi son fatto una filosofia di vita : non tutto quello che succede dipende da noi.
    Puoi impegnarti , fare , lottare ma se alla fine i “fattori esterni” remano contro…la fatica puo’ superare il gusto.

    Ricambio il sorriso!

    PAVEL

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