E’ un momento così strano, convulso e sospeso allo stesso tempo. Questo caldo vischioso che rallenta tutto e il lavoro che per contro deve andare a pieni giri.
La stanchezza micidiale che mi trascinavo nelle scorse settimane è sparita, o forse si è semplicemente accovacciata in qualche angolo del mio corpo pronta a risaltare fuori. Vivo giornate lunghissime e piene di cose vuote, cose da fare, da dire, da lavorare, da essere gentili e formali e pazienti e distaccati.
Penso a sabato, alla bella giornata che è stata, bella a 360°, a partire dal mattino quando sono partita alle sette, compito principale quello di autista di tre quindicenni entusiaste dell’ennesima visita al "più grande par*co di divert*imenti d’Italia", che è poco distante da dove viviamo, diciamo una distanza accettabile da percorrere in giornata, andata/ritorno.
Non amo granchè questi divertimentifici ma i bambini, i ragazzini, i ragazzi e anche molti adulti sono sempre così entusiasti e felici di andarci…Di solito ci si organizza ad anno: un anno un genitore un anno un altro. Quest’anno toccava a me. Le altre partono col marito più o meno recalcitrante: io mai come questa volta ho benedetto il fatto che il mio consorte non si sogni nemmeno di striscio di accompagnare sua figlia a G., quindi mi sono sobbarcata volentieri le due orette di viaggio ascoltanto le ragazzine cicaleggiare su questo e quello, discutendo su quale cd fosse più adatto al momento. Alla fine tutte concordi su Ligabue, e poi via via commenti su questo e quello, sui risultati scolastici, su chi è stato "segato", su SilvioMuccino che per una è BELLISSIMO e che peccato che sia andato dalla logopedista e non abbia più la zseppola e le altre due ( mia figlia tra queste!) che sentenziano che SilvioMuccino si vabbè, gran fisico ma andrebbe bene "a bocca chiusa, anzi con un cuscino sulla faccia". Sorrido e guido sull’autostrada. Sfilano le distese di vigneti, le prime colline. Ci fermiamo all’autogrill, cappuccini, brioches, giornali che poi resteranno non letti, fila al bagno, storme di tedeschi, di slavi, di pensionati, di bambini inferociti dalla stanchezza. Compro due bottigliette di minerale, mi chiami.

– Ciao tesoro. Tutto a posto? Dove siete?

– Quasi a Verona.

– Bene, bene. Avvertimi appena arrivi. Ti bacio.

Arriviamo a G. verso le dieci, con tutta calma. I parcheggi sono ancora più grandi dell’ultima volta e hanno dei veri e propri caselli per il pagamento. Riusciamo a parcheggiare praticamente all’ingresso, paghiamo ed entriamo sciamando tra centinaia di uomini, donne, bambini, ragazzi, ragazze, passeggini, andicappati, anziani, ognuno col sorriso stampato sul viso. E’ un posto che mette allegria, a prenderlo per il verso giusto, ed è comunque splendido per gli spazi verdi, le distese di piante e fiori, i piccoli ruscelli che s’intersecano, la pulizia, la gentilezza del personale.
Le ragazze mi piantano in asso subito per mettersi in fila per non so quale terrorizzante montagna russa: ci diamo appuntamento per l’ora di pranzo. Nel frettempo passeggio, leggo, mi chiami.

– Penso di riuscire ad arrivare per le due.- a pranzo avverto le ragazze che andrò a fare un giro a P. Nessuno fa una piega: "A noi basta che arrivi per le…sette? Sì dai mamma, restiamo almeno fino alle sette!"
Alle due e mezza sono su uno stradone punteggiato di oleandri bianchi e rosa. Il caldo è allucinante, le cicale assordanti. Ti vedo arrivare sorridendo. Scendo dall’auto, scendi dalla tua. Quell’abbraccio…così pieno di tutto e capace di cancellare tutto.

– Hai un buon sapore, e un buon odore…- Mi sorridi disarmato e disarmante. Non ho dimenticato la pesantezza delle ultime settimane ma abbiamo tempo per parlare, per parlarne. Lasciamo la tua macchina in un parcheggio e proseguiamo con la mia. Guidi tu, come sempre. Siamo insieme come fosse sempre così, una coppia qualunque di quarantenni qualunque in un sabato pomeriggio di giugno.

– Dove vuole andare bella signora?

– E che ne so? Questo è il TUO territorio!

– No, è la sponda veronese. – Ti sorrido, mi sorridi. Ti accarezzo una gamba, mi stringi la mano, gesti ripetuti tante e troppo poche volte.

– Andiamo a L.?

– Andiamo a L. Per me un posto vale l’altro. – Intanto penso che a me di andare a vedere le fortificazioni di L. ed il suo delizioso centro storico non importa un gran che. Voglio silenzio, voglio solitudine colma solo di me e di te. Vedo un cartello che indica un albergo verso la collina.

– Voglio andare lì.

 Ridendo svoltiamo su per una stradina di collina. Non è la prima volta che andiamo in un albergo per poche ore, c’è sempre un attimo di imbarazzo nell’entrare, nel domandare e alla fatidica domanda "Per quanti giorni?" Rispondere "Fino a stasera". Come sempre non c’è nessun problema a riprova, se mai ve ne fosse bisogno, che facciamo parte di una casta assai affollata. L’albergo ha la piscina. Ci fermiamo una mezz’ora all’ombra degli alberi. C’è un vento lieve e caldo, un panorama dolce e intriso di una nebbiolina argento. Parliamo, sì, ma di tutto e niente, poi mi prendi per mano e saliamo in camera. Non è caldissima e da su di un bel giardino, il silenzio rotto solo dal rumore degli spruzzi dell’irrigazione automatica. Le tre e mezzo, le cinque, le sei. A malicuore ci alziamo. Un altro letto, un altro luogo-non luogo da lasciare. Facciamo la doccia. Io ci metto sempre un pò di più eppure tu aspetti sempre a rivestirti, una delicatezza che ho sempre amato. Apro la porta del bagno e ti guardo. Sei in piedi davanti alla finestra socchiusa, in boxer. Ti abbraccio stretto stretto, più stretto che posso. Non so che dire, non c’è nulla da dire, solo un bacio.

Alla fine ci andiamo, a L.
C’è un sacco di gente, coppie soprattutto. Noi tra loro, come loro, seduti a un tavolino mi tieni una mano. Ti guardo: gli occhi verde scuro, le lentiggini, i capelli, tanti, ormai venati da parecchi fili grigi, le mani piccole e forti. Mi guardi e chissà che vedi tu, però ci siamo, stiamo bene, ci ritroviamo sempre, nessuno si riappropria di nessuno, ci ritroviamo, ci riconosciamo uno nell’altro. Sei arrivato coi soliti piccoli pensieri per me. Tempo di parlare, di chiarire, non ce ne siamo dati.

– Tu non c’entri. – Solo questo hai ripetuto, due, tre volte. Detto in un letto c’è da crederci ma anche no. In qualunque modo io c’entri o meno, tu ci ricaschi sempre nei tuoi buchi, e io in qualche modo vengo travolta sempre dall’ondata. Tutto qua.
Tutto qua.
Eppure sei un uomo adorabile, e premuroso, e attento.
Eppure sei un nevrotico con un carattere spigoloso, difficile, durissimo.
Eppure.

Ci siamo salutati abbracciandoci stretti fino a soffocarci. Saliti in macchina, ognuno la sua, di nuovo, mi hai sorriso e mandato un bacio sulla punta delle dita, sorridendo.
Poco dopo mi hai richiamato; ormai recuperate le ragazze entravo in autostrada e tu arrivavi a casa. Tutto era tornato come sempre. Sfinite le ragazze con un metro quadro di pizza da Spizzico si sono poi addormentate. Io con in corpo un caffè, un bicchierone d’acqua e un’aspirina ho ripercorso l’autostrada.
Domenica mi sei mancato da star male, un dolore vero, vivo. Di nuovo al telefono e con le vacanze di mezzo fingiamo una serenità che non è reale.

– Sapessi che fatica ritagliarla ogni giorno. – Mi hai detto oggi.
Ma siamo ancora qui.

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5 risposte a

  1. abreast ha detto:

    WOW! bellissimo! tutto, non soltanto il racconto!
    era ora che leggessimo qualcosa del genere da queste parti!

  2. utente anonimo ha detto:

    è un bel racconto, infatti.
    con i sussulti, di dentro.
    ciao.
    remo

  3. stann ha detto:

    oh simo, sono felice per te.
    davvero.

  4. MariaLuisaM ha detto:

    I conti che faceva il tuo amico Sergio crollano di fronte all’evidenza di momenti come questi.
    Il tuo racconto è un inno alla gioia dell’amore ricambiato, un grande dono, il più grande.
    Leggo con un po’ d’invidia e molta nostalgia…
    Un abbraccio, Maria Luisa

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