Capita, è già capitato e ricapiterà.
Capita che squilli il telefono e qualcuno ti dica : "E’ morta zia Adriana, dieci minuti fa." Capita, è tragicamente normale anche considerando il fatto che zia Adriana, che non era mia zia ma la zia di mia madre, sorella di mia nonna Mati, aveva ottantanove anni, 89, non uno scherzo, non pochi.
Capita, te lo aspetti, è il cerchio della vita però ti dici "NO! Perchè? Perchè zia te ne sei andata via? Come faccio io adesso che un altro pezzo della mia vita è volato in cielo?"
Egoismo puro, il mio. Zia Adriana era anziana, malandata, da un pò di mesi alloggiata in una confortevole casa di riposo a Castel San Pietro. La vedevo poco, la sentivo anche poco. Mia mamma teneva i contatti, progettavo la prossima visita in autunno. La vita scorre, corre, più spesso. Eppure solo io so quanto male mi fa questa scomparsa in punta di piedi, senza troppo disturbare.
Zia Adriana non ha figli, era vedova da tantissimi anni. Legatissima mia nonna, è andata in vacanza a casa dei miei, là dove si sono trasferiti, finchè ha potuto, finchè ce l’ha fatta.
Quando nonna Mati è morta siamo sempre rimaste legatissime; ogni volta che andavo a Bologna andavo da lei e finchè ha potuto mi ha cucinato i suoi manicaretti. La sua minuscola, ordinatissima casa è piena delle foto mie, dei miei figli. Ho perso un’altra nonna. Ho perso gli anni sereni di via del Pratello, io bambina che andavo a trovarla con nonna in quella casa fantastica in cima ai tetti, con un terrazzo grande quanto un giardino. Per arrotandare lo stipendio del marito zia Adriana confezionava sacchettini di cellophane. Negli anni sessanta si faceva: modellava il sacchettino con la colla attorno a una sagoma di cartone: cinque lire l’uno, le davano. In casa sua c’erano sempre pile ordinate di quei foglietti di cellophane che a stare uno sull’altro parevano color ambra e invece erano trasparenti, e la colla, a la sagoma. Ogni volta che la andavo a trovare mi mettevo a farglieli. I primi due o tre li assassinavo, poi ci prendevo la mano e i sacchettini si ammonticchiavano, cinque, dieci, venti, trenta, lavoravo alacremente cullata dal chiacchiericcio di zia Adriana e nonna, ero serena, felice. Avrò avuto cinque, sei anni. Zia mi preparava la merenda e mi lasciava bere un pò di caffè allungato con l’acqua.
Mille cose mi tornano in mente su di lei, perchè era un pezzo importante della mia vita, e adesso non c’è più. Non la vedrò più, non la sentirò più. E’ un pezzetto della mia vita a Bologna che scompare o meglio, si rifugia in un angolo del mio cuore tra i più inaccessibili, perchè la maggior parte delle persone che conosco pensa con ragione che a ottantanove anni la vita è più che vissuta, ma io avevo bisogno di saperla viva, era un punto di riferimento, era ricordo vivo, era Simo piccola, era accoglienza, calore, amore, e non c’è più.

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5 risposte a

  1. stann ha detto:

    Ieri eravamo in sette a tavola, eta’ media sui 54 (io sono la piccola del gruppo)
    Dei 14 genitori corrispondenti solo 5 sono viventi, due dei quali in pessime condizioni.
    Ormai si parla solo al passato mia mamma diceva…, mio papa’ faceva…
    Pezzi di vita che se ne vanno, ricordi che rimangono. nostalgia, qualche volta un po’ di magone.

  2. abreast ha detto:

    i ricordi sono tuoi e non potrà mai toglierteli nessuno! non serve a molto, ma ha la sua importanza…

  3. cucchiaino ha detto:

    nostalgia per sempre.

  4. Dovesei ha detto:

    Un’amica mi ha detto:
    “Quello che fa male al di là della perdita di una persona che ami, al di là dell’età, dei tempi, del modo, è il prendere coscienza del dissolversi delle proprie radici.”

  5. Masso57 ha detto:

    Simo, hai tutta la mia comprensione: veder andare via un pezzo importante di cio’ che siamo e senza potr far nulla per evitarlo ti straccia dentro, sempre e comunque.
    Ti abbraccio forte.

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